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generale e politico italiano (1871-1956)

Pietro Badoglio

Pietro Badoglio

L’essenziale

data di nascita28 settembre 1871
data di morte1 novembre 1956
occupazionepolitico, diplomatico, militare
luogo di nascitaGrazzano Badoglio
luogo di morteGrazzano Badoglio
carica ricopertaPresidente del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia
Tutti i dati del template 36
Durata mandato
25 luglio 1943 –18 giugno 1944
Monarca
Vittorio Emanuele III
Predecessore
Benito Mussolini
Successore
Ivanoe Bonomi
Durata mandato
24 febbraio 1919 –29 marzo 1946
Legislatura
XXIV, XXV, XXVI, XXVII, XXVIII, XXIX, XXX
Tipo nomina
Categoria: 14
Durata mandato
9 maggio 1936 –11 giugno 1936
Monarca
Vittorio Emanuele III
Capo del governo
Benito Mussolini
Predecessore
carica istituita
Successore
Rodolfo Graziani
Durata mandato
28 novembre 1935 –9 maggio 1936
Predecessore
Emilio De Bono
Successore
carica soppressa
Durata mandato
22 novembre 1935 –22 maggio 1936
Predecessore
Emilio De Bono
Successore
Alfredo Guzzoni
Durata mandato
24 gennaio 1929 –31 dicembre 1933
Predecessore
Emilio De Bono
Successore
Italo Balbo (Governatore della Libia)
Durata mandato
24 novembre 1919 –3 febbraio 1921
Predecessore
Armando Diaz
Successore
Giuseppe Vaccari
Durata mandato
8 giugno 1925 –1º febbraio 1927
Predecessore
se stesso come Capo di Stato maggiore centrale
Successore
Giuseppe Francesco Ferrari
Durata mandato
4 maggio 1925 –8 giugno 1925
Predecessore
Giuseppe Francesco Ferrari
Successore
se stesso come Capo di stato maggiore
Durata mandato
4 maggio 1925 –4 dicembre 1940
Predecessore
carica istituita
Successore
Ugo Cavallero
Partito politico
Partito Nazionale Fascista (1924-1943) Indipendente (militare; dal 1943)
Titolo di studio
Accademia militare
Professione
Ufficiale

Pietro Giuseppe Antonio Luigi Badoglio (Grazzano Monferrato, 28 settembre 1871 – Grazzano Badoglio, 1º novembre 1956) è stato un generale e politico italiano, maresciallo d'Italia, senatore e capo del governo dal 25 luglio 1943 al 18 giugno 1944. Fu nominato motu proprio dal re Vittorio Emanuele III marchese del Sabotino e duca di Addis Abeba.

Dopo la destituzione di Benito Mussolini il 25 luglio 1943, Badoglio fu incaricato da Vittorio Emanuele III di formare un nuovo governo, che guidò durante la fase conclusiva della seconda guerra mondiale fino al giugno 1944. Il suo esecutivo negoziò e sottoscrisse l'armistizio di Cassibile, reso pubblico l'8 settembre 1943, evento che segnò l'uscita dell'Italia dall'alleanza con la Germania nazista e l'inizio della guerra di liberazione italiana. In precedenza, tra il 1925 e il 1933, aveva ricoperto anche l'incarico di Segretario di Stato durante il governo Mussolini.

Dopo la guerra il governo etiope richiese che Badoglio fosse perseguito per crimini di guerra, in relazione soprattutto all'impiego di armi chimiche durante la seconda guerra italo-etiope. Il suo nome figurò tra quelli trasmessi alle autorità alleate nell'ambito delle richieste di estradizione avanzate da alcuni Stati, ma tali richieste non ebbero seguito e Badoglio non fu mai sottoposto a processo.

Biografia

Ritratto fotografico con l'uniforme da generale, 1921
Ritratto fotografico con l'uniforme da generale, 1921
Badoglio durante la guerra d'Etiopia
Badoglio durante la guerra d'Etiopia
Badoglio con Emilio De Bono a Massaua nel 1935
Badoglio con Emilio De Bono a Massaua nel 1935
Cerimonia militare al Vittoriano nel 1935(Badoglio è il quarto da destra)
Cerimonia militare al Vittoriano nel 1935(Badoglio è il quarto da destra)
Badoglio nel 1935 assieme al presidente francese Albert Lebrun
Badoglio nel 1935 assieme al presidente francese Albert Lebrun
Ritratto fotografico con l'uniforme dell'Arma dei Carabinieri Reali, 1943
Ritratto fotografico con l'uniforme dell'Arma dei Carabinieri Reali, 1943
Il generale Vittorio Ambrosio, protagonista delle iniziative che portarono alla destituzione di Mussolini
Il generale Vittorio Ambrosio, protagonista delle iniziative che portarono alla destituzione di Mussolini
Badoglio nel 1940
Badoglio nel 1940
Firma dell'armistizio tra Francia e Italia, 24 giugno 1940(Badoglio è in piedi e di spalle, intento a leggere)
Firma dell'armistizio tra Francia e Italia, 24 giugno 1940(Badoglio è in piedi e di spalle, intento a leggere)
Badoglio nel 1943
Badoglio nel 1943
Il generale Giuseppe Castellano, firmatario dell'armistizio per conto del governo italiano
Il generale Giuseppe Castellano, firmatario dell'armistizio per conto del governo italiano
Il generale Giuseppe Castellano firma l'armistizio di Cassibile il 3 settembre 1943
Il generale Giuseppe Castellano firma l'armistizio di Cassibile il 3 settembre 1943
12 immagini

Giovinezza ed esordi nell'esercito

Figlio di Mario Badoglio, piccolo proprietario terriero, e di Antonietta Pittarelli, appartenente alla borghesia locale, Pietro Badoglio fu ammesso il 5 ottobre 1888 all'Accademia Reale di Torino. Al termine del percorso di formazione militare conseguì il grado di sottotenente il 16 novembre 1890 e quello di tenente il 7 agosto 1892.

Nel febbraio 1896 venne inviato in Eritrea al seguito del generale Antonio Baldissera, nell'ambito delle operazioni militari condotte dopo la battaglia di Adua. Partecipò quindi alla spedizione diretta verso Adigrat, organizzata per liberare dall'assedio il presidio comandato dal maggiore Marcello Prestinari. Conclusa l'operazione, rimase nell'Africa orientale fino alla fine del 1898, prestando servizio di guarnigione sull'altopiano eritreo, principalmente ad Adi Keyh.

Rientrato in Italia, frequentò la Scuola di guerra dell'esercito, completando la preparazione necessaria per l'accesso agli incarichi di stato maggiore. Il 13 luglio 1903 fu promosso capitano.

Allo scoppio della guerra italo-turca, nel 1911, venne inviato in Libia e prese parte alle operazioni fin dalle prime fasi del conflitto. Nel corso della campagna fu decorato al valor militare per l'attività svolta durante l'azione di Ain Zara e venne successivamente promosso maggiore per merito di guerra in relazione al contributo fornito alla pianificazione dell'occupazione dell'oasi di Zanzur.

Prima guerra mondiale

Ascesa di Badoglio nei primi due anni di guerra

Tenente colonnello dal 25 febbraio 1915, allo scoppio della prima guerra mondiale Pietro Badoglio fu assegnato allo Stato Maggiore della 2ª Armata e successivamente alla 4ª Divisione, schierata nel settore del monte Sabotino. La posizione, dominante sulla conca di Gorizia, era considerata una delle più solide del fronte isontino: quasi completamente priva di vegetazione, era stata trasformata dagli austro-ungarici in un articolato sistema difensivo costituito da trincee, ricoveri e gallerie scavate nella roccia.

Badoglio sostenne che un nuovo assalto frontale avrebbe comportato perdite elevatissime senza concrete possibilità di successo e propose invece un piano basato sull'avvicinamento sotterraneo alle posizioni nemiche. L'operazione prevedeva la realizzazione di una complessa rete di gallerie, scavata a una quota inferiore rispetto a quelle austro-ungariche, che consentisse alle truppe italiane di raggiungere le linee avversarie con il massimo effetto sorpresa. I lavori, iniziati nel corso del 1915, richiesero diversi mesi di scavo e di consolidamento delle opere difensive.

Promosso colonnello nell'aprile 1916 e nominato capo di stato maggiore del VI Corpo d'armata, continuò a dirigere personalmente i preparativi dell'operazione. Il 6 agosto 1916, durante la sesta battaglia dell'Isonzo, guidò l'assalto che portò alla conquista del monte Sabotino, ottenuta con perdite relativamente contenute rispetto ai precedenti tentativi. Per tale successo fu promosso maggior generale per merito di guerra e, nel novembre successivo, assunse il comando della Brigata Cuneo.

Nel maggio 1917 ricevette l'incarico, superiore al proprio grado, di comandare il II Corpo d'armata, pochi giorni prima dell'inizio della decima battaglia dell'Isonzo. Nel corso dell'offensiva conquistò il monte Vodice e il monte Cucco, altre posizioni ritenute particolarmente difficili da espugnare.

Il comandante della 2ª Armata, Luigi Capello, propose quindi la sua promozione a tenente generale per merito di guerra e, in occasione della successiva undicesima battaglia dell'Isonzo, gli affidò il comando del XXVII Corpo d'armata.

Disfatta di Caporetto e responsabilità di Badoglio

Il capo di stato maggiore dell'Esercito italiano era il generale Luigi Cadorna. Sul fronte dell'Isonzo erano schierate, a sud, la 3ª Armata, comandata dal duca d'Aosta e, a nord, la 2ª Armata del generale Luigi Capello, della quale faceva parte anche il XXVII Corpo d'armata affidato a Badoglio.

L'offensiva austro-tedesca ebbe inizio nella notte del 24 ottobre 1917 con un intenso bombardamento d'artiglieria, comprendente anche proiettili a gas, seguito dal tiro di distruzione che precedette l'attacco della fanteria. Secondo i rapporti del comando d'artiglieria del XXVII Corpo d'armata, i bombardamenti provocarono inizialmente perdite limitate, fatta eccezione per il settore di Plezzo, dove gli effetti dei gas risultarono più gravi.

Alle ore 8:00 iniziò l'attacco terrestre, che sfondò rapidamente il fronte nella conca di Plezzo e nel settore compreso tra Tolmino e Gabrije, presidiato dal XXVII Corpo d'armata di Badoglio. Contemporaneamente entrarono in crisi anche i reparti del confinante IV Corpo d'armata comandato dal generale Alberto Cavaciocchi, favorendo la penetrazione delle truppe austro-tedesche verso Caporetto.

Tra le cause generalmente individuate dalla storiografia per spiegare il crollo del fronte figurano la disposizione fortemente offensiva della 2ª Armata, la debolezza delle riserve, le difficoltà nelle comunicazioni dovute alle condizioni atmosferiche, l'impiego inefficace dell'artiglieria e l'assenza di una consolidata dottrina difensiva, maturata solo dopo la sconfitta.

Secondo i sostenitori di Badoglio, il comando del XXVII Corpo d'armata rimase presto isolato sia a causa dell'intensità del fuoco nemico sia per l'intercettazione delle comunicazioni radio trasmesse in chiaro. I continui spostamenti del posto di comando e le condizioni meteorologiche impedirono inoltre l'impiego dei sistemi ottici e acustici di collegamento, ostacolando l'esercizio del comando e il tempestivo impiego dell'artiglieria.

La storiografia successiva ha tuttavia evidenziato anche specifiche responsabilità attribuibili a Badoglio. Particolarmente discussa è la scelta di lasciare debolmente presidiato il settore della riva destra dell'Isonzo, tra la testa di ponte austro-ungarica di Tolmino e Caporetto, nonostante le informazioni disponibili indicassero proprio quella direttrice come la più probabile per un'offensiva nemica. La maggior parte della 19ª Divisione e della Brigata Napoli era infatti schierata sulle alture retrostanti, mentre il fondovalle risultava difeso soltanto da reparti limitati. Favoriti dalla nebbia e dalla pioggia, i reparti tedeschi attraversarono rapidamente il fondovalle e raggiunsero Caporetto, sorprendendo alle spalle le forze del IV Corpo d'armata.

La Commissione d'inchiesta su Caporetto, istituita nel 1918, attribuì le principali responsabilità della disfatta al comando supremo di Luigi Cadorna e ai comandanti d'armata, pur riconoscendo errori anche ad altri comandanti di corpo d'armata. Badoglio fu l'unico tra questi a non essere formalmente censurato nelle conclusioni ufficiali della commissione, circostanza che ha alimentato un ampio dibattito storiografico.

Conseguenze della disfatta e vittoria finale

La gravissima sconfitta di Caporetto determinò profonde conseguenze politiche e militari. Il 25 ottobre 1917 la Camera dei deputati negò la fiducia al governo presieduto da Paolo Boselli, che rassegnò le dimissioni. Il successivo 30 ottobre si insediò il governo guidato da Vittorio Emanuele Orlando, il quale aveva già manifestato al sovrano la necessità di sostituire Luigi Cadorna al comando supremo dell'esercito. La richiesta fu ribadita il 5 novembre anche dai governi francese e britannico, nonché dai comandanti alleati Ferdinand Foch e William Robertson, che subordinarono l'invio di consistenti rinforzi alla nomina di un nuovo capo di stato maggiore.

Con Regio decreto del 9 novembre 1917 il comando supremo passò al generale Armando Diaz, fino ad allora comandante del XXIII Corpo d'armata. Al nuovo capo di stato maggiore furono affiancati, con funzioni di vice, i generali Gaetano Giardino e Pietro Badoglio; dal 7 febbraio 1918 Badoglio rimase unico sottocapo di stato maggiore dell'Esercito.

Il 12 gennaio 1918 venne istituita, con il Regio decreto n. 35, la Commissione d'inchiesta su Caporetto, incaricata di accertare le responsabilità della disfatta. I lavori si conclusero il 13 agosto 1919, quando Badoglio era ormai destinato a succedere a Diaz come capo di stato maggiore dell'Esercito italiano. La relazione finale attribuì le principali responsabilità a Luigi Cadorna, estendendole anche ai generali Luigi Capello, Alberto Cavaciocchi e Luigi Bongiovanni, pur riconoscendo il concorso di circostanze sfavorevoli. Badoglio non venne invece formalmente censurato. La mancata attribuzione di responsabilità al generale alimentò tuttavia un ampio dibattito storiografico, anche in relazione alla presunta scomparsa di tredici pagine della relazione dedicate al suo operato.

Il giudizio sull'attività svolta da Badoglio presso il Comando Supremo durante l'ultimo anno di guerra è generalmente più favorevole rispetto a quello relativo agli avvenimenti di Caporetto. Secondo Carlo Sforza, egli rappresentò il complemento operativo del generale Armando Diaz, contribuendo alla riorganizzazione dell'esercito dopo la ritirata. Tra gli interventi a lui attribuiti figurano una diversa organizzazione dell'afflusso delle nuove classi di leva, un potenziamento del servizio informazioni e il sostegno alla manovra offensiva che avrebbe portato alla vittoria nella battaglia di Vittorio Veneto.

Il 3 luglio 1919 gli fu conferita la medaglia d'argento al valor militare per l'attività svolta durante il ripiegamento sul Tagliamento in seguito alla ritirata di Caporetto. Alla conclusione del conflitto fece parte della delegazione italiana che, a Padova, negoziò con gli austro-ungarici l'armistizio di Villa Giusti, firmato il 3 novembre 1918 ed entrato in vigore il giorno successivo. Il 6 novembre 1918 fu inoltre insignito della dignità di cavaliere di gran croce dell'Ordine militare di Savoia.

Primo dopoguerra e avvento del fascismo

Nominato senatore del Regno il 24 febbraio 1919, il 13 settembre successivo il presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti lo designò commissario straordinario militare per la Venezia Giulia, affidandogli il coordinamento dell'amministrazione militare nella delicata fase successiva alla conclusione della prima guerra mondiale. Ricopriva tale incarico quando Gabriele D'Annunzio occupò Fiume il 12 settembre 1919 dando inizio all'Impresa di Fiume; Badoglio rimase commissario sino al novembre dello stesso anno, cercando inizialmente una soluzione negoziale con il poeta e con i suoi legionari.

Il 2 dicembre 1919 fu promosso generale d'esercito e nominato capo di stato maggiore dell'Esercito italiano, succedendo ad Armando Diaz. Rimase in carica fino al 3 febbraio 1921, quando venne collocato a disposizione per incarichi ispettivi ed entrò a far parte del Consiglio dell'Esercito.

Alla vigilia della marcia su Roma, nell'ottobre 1922, Vittorio Emanuele III consultò Badoglio sulla situazione militare. Il generale sostenne che le colonne fasciste avrebbero potuto essere disperse con facilità qualora fosse stato proclamato lo stato d'assedio e autorizzato l'impiego dell'esercito, chiedendo tuttavia pieni poteri per condurre l'operazione. Il sovrano decise invece di non firmare il decreto predisposto dal governo Facta e conferì l'incarico di formare il nuovo governo a Benito Mussolini.

Nel 1923, pur mantenendo formalmente la propria posizione nell'esercito, Badoglio chiese di essere destinato alla carriera diplomatica e fu nominato ambasciatore del Regno d'Italia in Brasile, incarico che ricoprì per un breve periodo.

Il 4 maggio 1925 assunse la nuova carica di capo di stato maggiore generale, istituita per coordinare le tre forze armate del Regno. Mantenne tale incarico sino al 4 dicembre 1940, risultando il più longevo titolare della funzione durante il periodo monarchico. Contestualmente riprese anche l'incarico di capo di stato maggiore dell'Esercito italiano, che mantenne fino al 1º febbraio 1927, quando gli succedette il generale Giuseppe Francesco Ferrari.

Il 17 giugno 1926 fu promosso maresciallo d'Italia, nuovo grado istituito dal regime per i comandanti che si erano distinti nella prima guerra mondiale. Oltre a Badoglio, ne furono insigniti Enrico Caviglia, Emanuele Filiberto, duca d'Aosta, Gaetano Giardino e Guglielmo Pecori Giraldi, mentre Armando Diaz e Luigi Cadorna avevano già ricevuto in precedenza analogo riconoscimento.

L'ascesa di Badoglio ai vertici delle forze armate coincise con il consolidamento del regime fascista. Pur non essendo tra i protagonisti politici del fascismo delle origini, egli collaborò stabilmente con il governo di Mussolini nell'organizzazione militare dello Stato e nell'attuazione della politica coloniale italiana, assumendo negli anni successivi incarichi di crescente responsabilità nell'amministrazione dell'Impero.

Soppressione delle rivolte libiche e deportazioni

«Bisogna anzitutto creare un distacco territoriale largo tra formazioni ribelli e popolazione sottomessa. Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento, che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa. Ma ormai la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo proseguirla sino alla fine anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica.»

(Lettera di Badoglio a Graziani, 20 giugno 1930)

Il 18 dicembre 1928 Pietro Badoglio fu nominato governatore unico della Tripolitania e della Cirenaica, assumendo la direzione politica e militare dell'intera colonia libica. Tre giorni prima della partenza per Tripoli gli era stato conferito il Collare dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata, massima onorificenza della monarchia italiana, insieme agli altri marescialli d'Italia nominati nel 1926.

L'obiettivo principale affidatogli dal governo fascista era la definitiva repressione della resistenza senussita guidata da Omar al-Mukhtar, che continuava a controllare vaste aree dell'entroterra cirenaico. In collaborazione con il suo vice, il generale Rodolfo Graziani, Badoglio adottò una strategia fondata sull'isolamento delle formazioni ribelli dalla popolazione civile mediante la costruzione del reticolato di confine con l'Egitto, la distruzione delle reti di approvvigionamento e il trasferimento forzato delle popolazioni nomadi.

Nel giugno del 1930 Badoglio dispose la deportazione della popolazione del Gebel, ordinando il trasferimento di decine di migliaia di civili verso campi di concentramento situati lungo la costa della Cirenaica. Le operazioni coinvolsero circa centomila persone, costrette ad abbandonare i propri villaggi e gran parte dei loro beni per affrontare lunghe marce attraverso il deserto. Le condizioni di vita nei campi risultarono estremamente dure a causa della scarsità di acqua e viveri, delle epidemie e dell'elevata mortalità, oggi ampiamente documentate dalla storiografia sul colonialismo italiano.

Secondo lo storico libico-statunitense Ali Abdullatif Ahmida, Badoglio fu tra i principali artefici della pianificazione del sistema concentrazionario adottato in Cirenaica, concepito per privare la guerriglia del sostegno logistico della popolazione civile. Altri studiosi, pur evidenziando il ruolo centrale svolto dal maresciallo nelle decisioni strategiche, sottolineano come la repressione fosse il risultato di una politica coloniale condivisa dall'intero apparato militare e politico del regime fascista.

Dopo la cattura di Omar al-Mukhtar l'11 settembre 1931, Badoglio ordinò a Graziani di procedere rapidamente al processo e all'esecuzione della condanna a morte. In un telegramma dispose infatti di «fare regolare processo e conseguente sentenza, che sarà senza dubbio pena di morte», aggiungendo che l'esecuzione avrebbe dovuto svolgersi in uno dei maggiori campi di concentramento affinché fungesse da monito per la popolazione locale. Omar al-Mukhtar fu impiccato il 16 settembre 1931 davanti a migliaia di deportati.

Parallelamente alla repressione militare, Badoglio promosse un vasto programma di opere pubbliche volto al consolidamento della presenza italiana nella colonia. Furono avviati la progettazione della lunga strada litoranea, poi nota come Via Balbia, interventi urbanistici a Tripoli e Bengasi, opere portuali e nuovi edifici amministrativi destinati a rafforzare il controllo dello Stato italiano sul territorio.

Conclusa la fase principale della cosiddetta "pacificazione" della Libia, Badoglio fu richiamato in Italia il 4 febbraio 1934, lasciando il governo della colonia ai suoi successori e tornando a dedicarsi esclusivamente agli incarichi di vertice nelle forze armate.

Conquista dell'Etiopia e impiego delle armi chimiche

Il 30 novembre 1935 Benito Mussolini sostituì il generale Emilio De Bono al comando delle operazioni militari in Etiopia, affidando la direzione della campagna al maresciallo Pietro Badoglio. De Bono, pur avendo conquistato Adua, Axum, Adigrat e Macallè, era ritenuto troppo prudente dal regime fascista, che auspicava una conclusione più rapida del conflitto.

Giunto a Massaua, Badoglio trovò un fronte logisticamente complesso e preferì sospendere temporaneamente l'avanzata per concentrare uomini, mezzi e rifornimenti. Dopo aver ricevuto importanti rinforzi provenienti dall'Italia e dalla Somalia italiana, organizzò una vasta offensiva che tra febbraio e marzo 1936 portò alle vittorie dell'Amba Aradam, del Tembien, dello Scirè e del lago Ascianghi, distruggendo gran parte dell'esercito imperiale etiope.

Il 5 maggio 1936 le truppe italiane entrarono in Addis Abeba senza incontrare una significativa resistenza organizzata. Quattro giorni dopo, dal balcone di Palazzo Venezia, Mussolini annunciò la proclamazione dell'Impero italiano, mentre Vittorio Emanuele III assumeva il titolo di Imperatore d'Etiopia. Badoglio venne nominato viceré d'Etiopia e governatore generale dell'Africa Orientale Italiana.

Uno degli aspetti più controversi della campagna fu il sistematico impiego di iprite e di altre armi chimiche da parte delle forze italiane. Già durante il conflitto il governo etiope denunciò presso la Società delle Nazioni l'utilizzo di gas tossici contro combattenti e civili, accuse inizialmente respinte dalle autorità italiane.

A partire dagli anni Sessanta, grazie soprattutto agli studi di Angelo Del Boca, l'apertura degli archivi militari italiani ha consentito di documentare in maniera estesa il ricorso alle armi chimiche durante la campagna. I telegrammi conservati negli archivi dimostrano che Mussolini autorizzò ripetutamente Badoglio all'impiego dell'iprite tra la fine del 1935 e la primavera del 1936, derogando agli obblighi assunti dall'Italia con il Protocollo di Ginevra del 1925.

La documentazione mostra inoltre che Badoglio autorizzò autonomamente i primi bombardamenti chimici già il 22 dicembre 1935, prima ancora delle successive conferme ricevute dal capo del governo. Secondo Del Boca furono effettuati almeno sessantacinque bombardamenti con bombe C.500.T contenenti iprite sul fronte settentrionale, colpendo non soltanto reparti militari ma anche villaggi, corsi d'acqua, pascoli, ospedali da campo e colonne di profughi.

L'impiego delle armi chimiche è oggi considerato dalla storiografia uno dei principali crimini commessi dall'Italia durante la guerra d'Etiopia. Sul tema esiste ormai un ampio consenso tra gli studiosi, pur permanendo differenti valutazioni sull'estensione dei bombardamenti e sulla catena delle responsabilità politiche e militari, che coinvolsero sia Mussolini sia i vertici del comando italiano.

Nel settembre 1936 Badoglio lasciò volontariamente il governo dell'Africa Orientale Italiana, chiedendo di rientrare in Italia. Mussolini accolse la richiesta e nominò suo successore il maresciallo Rodolfo Graziani. Contestualmente Badoglio ricevette il titolo nobiliare di Duca di Addis Abeba, conferitogli motu proprio da Vittorio Emanuele III, oltre alla tessera onoraria del Partito Nazionale Fascista, retrodatata simbolicamente al 5 maggio 1936, giorno dell'ingresso nella capitale etiope.

Il 1º novembre 1937 fu nominato presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, succedendo a Guglielmo Marconi. Nel 1938 il suo nome comparve tra i firmatari del Manifesto della razza, documento posto a fondamento ideologico della successiva legislazione razziale fascista. Nello stesso anno il comune natale di Grazzano Monferrato assunse ufficialmente la denominazione di Grazzano Badoglio, tuttora in uso.

Seconda guerra mondiale

Entrata in guerra

Il 29 maggio 1940 Benito Mussolini convocò a Palazzo Venezia il maresciallo Badoglio e i vertici delle forze armate, comunicando la decisione di entrare in guerra al fianco della Germania nazista. Badoglio, che dal 1925 ricopriva la carica di capo di stato maggiore generale, espresse forti perplessità circa la preparazione dell'esercito italiano. Nei suoi appunti e nelle testimonianze successive sostenne che le forze armate non fossero pronte a sostenere un conflitto di lunga durata, lamentando la carenza di armamenti, mezzi motorizzati, carburanti e riserve industriali.

Il 10 giugno 1940 l'Italia dichiarò guerra a Francia e Regno Unito. Nello stesso giorno Vittorio Emanuele III conferì a Mussolini il comando supremo operativo delle forze armate, mantenendo Badoglio al vertice dello Stato Maggiore Generale. Secondo parte della storiografia, la scelta fu favorita dallo stesso maresciallo, che preferì lasciare al capo del governo la piena responsabilità politica e militare delle operazioni.

Badoglio aveva predisposto piani esclusivamente difensivi sul fronte alpino, ritenendo imprudente un'offensiva contro una Francia ormai prossima alla sconfitta per mano tedesca. Quando Mussolini ordinò comunque l'attacco, il maresciallo fece presente che l'esercito italiano non disponeva dell'equipaggiamento necessario per un'operazione offensiva su larga scala.

L'offensiva italiana contro la Francia ebbe inizio il 21 giugno 1940 e coinvolse oltre 300.000 uomini. Le operazioni si conclusero tre giorni dopo con risultati limitati: l'esercito riuscì a occupare soltanto alcune località di confine, tra cui Mentone, subendo perdite sensibilmente superiori rispetto a quelle francesi. Il 24 giugno Badoglio presiedette a Villa Incisa, presso Roma, la commissione incaricata di sottoscrivere l'armistizio con la Francia.

Nei mesi successivi il maresciallo continuò a manifestare riserve sulla condotta della guerra. Nell'ottobre 1940 Mussolini lo informò dell'imminente invasione della Grecia, illustrando il progetto al solo Badoglio e al generale Mario Roatta. Secondo quest'ultimo, entrambi sottolinearono la necessità di impiegare almeno venti divisioni e di rinviare l'operazione di alcuni mesi per completare il concentramento delle forze in Albania.

Dai verbali ufficiali della riunione del 15 ottobre 1940 emerge tuttavia che Badoglio, pur formulando osservazioni tecniche, non si oppose formalmente alla decisione del capo del governo.

Il 22 ottobre inviò una lettera al governatore del Dodecaneso Cesare Maria De Vecchi, nella quale manifestava piena fiducia nell'imminente operazione militare contro la Grecia.

«Il 28 ha inizio la spedizione punitiva contro la Grecia; questi porci greci avranno il trattamento che si sono meritati... W l'Italia, W il Re Imperatore, W il Duce.»

L'invasione, iniziata il 28 ottobre, si trasformò rapidamente in un grave insuccesso. L'esercito greco respinse l'offensiva italiana e costrinse numerose unità a ripiegare entro il territorio albanese. Nel corso della riunione del 10 novembre 1940 Badoglio attribuì il fallimento all'insufficiente preparazione dell'operazione e ribadì che lo Stato Maggiore aveva espresso in precedenza tutte le proprie riserve.

Le critiche provenienti dagli ambienti fascisti si intensificarono rapidamente. Il gerarca Roberto Farinacci, attraverso il quotidiano Regime Fascista, individuò proprio nel maresciallo uno dei principali responsabili delle sconfitte iniziali dell'esercito italiano. Il 26 novembre Badoglio presentò le dimissioni dalla carica di capo di stato maggiore generale, lasciando temporaneamente Roma per la Lomellina. Il tentativo di ritirarle alcuni giorni dopo risultò ormai inutile: il 4 dicembre 1940 Mussolini le accettò definitivamente, nominando suo successore il generale Ugo Cavallero.

Negli anni successivi Badoglio rimase formalmente senatore del Regno e maresciallo d'Italia, ma si ritirò dalla vita pubblica, mantenendo soltanto rapporti riservati con la Corona e con alcuni ambienti militari contrari alla prosecuzione della guerra.

Sul piano personale il conflitto fu segnato da due gravi lutti familiari. Il 30 aprile 1941 il figlio Paolo, tenente pilota di complemento della Regia Aeronautica, morì in servizio presso Sebha, in Libia. Il 19 novembre 1942 scomparve invece la moglie Sofia, con la quale era sposato da oltre quarant'anni.

Caduta di Mussolini

Tra il 1942 e il 1943, con il progressivo deterioramento della situazione militare italiana, Pietro Badoglio tornò al centro delle manovre politiche e militari che miravano alla sostituzione di Benito Mussolini. Sebbene formalmente escluso dai vertici operativi dopo le dimissioni da capo di stato maggiore generale, il maresciallo conservava un notevole prestigio presso la Corona, gli ambienti militari e una parte della classe dirigente prefascista.

Le iniziative che portarono alla caduta del regime si svilupparono lungo tre direttrici principali. La prima nacque all'interno dello stesso fascismo attorno a Dino Grandi, promotore dell'ordine del giorno approvato dal Gran Consiglio del Fascismo nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943. La seconda ebbe origine negli ambienti militari, guidati dal capo di stato maggiore generale Vittorio Ambrosio, dal generale Giuseppe Castellano e dal generale Giacomo Carboni, favorevoli alla sostituzione di Mussolini con una figura autorevole dell'esercito. Una terza iniziativa fu promossa dai rappresentanti dell'antifascismo liberale e monarchico, che tuttavia disponevano di un'influenza più limitata presso il sovrano.

Badoglio mantenne contatti con tutti questi ambienti, pur evitando di esporsi direttamente. Già nell'estate del 1942 era stato avvicinato dalla principessa Maria José di Savoia, che cercava di favorire una soluzione alternativa al regime fascista. Il maresciallo accolse tali aperture con estrema prudenza, subordinando ogni eventuale iniziativa al consenso di Vittorio Emanuele III.

Il 6 marzo 1943 il sovrano ricevette Badoglio in udienza riservata. Nel corso dell'incontro emerse chiaramente che qualsiasi cambiamento politico sarebbe avvenuto soltanto su iniziativa della Corona. Nelle settimane successive il maresciallo intensificò anche i colloqui con esponenti dell'Italia liberale, tra cui Ivanoe Bonomi e Spataro, dichiarandosi favorevole alla costituzione di un futuro governo di carattere politico dopo la caduta del fascismo.

L'incontro decisivo con Vittorio Emanuele III ebbe luogo il 15 luglio 1943. In quell'occasione il re lasciò intendere che, qualora Mussolini fosse stato destituito, avrebbe affidato proprio a Badoglio la guida del nuovo governo. Il sovrano precisò tuttavia di non voler costituire immediatamente un esecutivo politico né di voler richiedere nell'immediato un armistizio con gli Alleati.

Dopo il fallimentare incontro del 19 luglio tra Mussolini e Adolf Hitler a Feltre, Ambrosio e gli altri vertici militari accelerarono definitivamente il progetto di sostituire il capo del governo. Attraverso il ministro della Real Casa Pietro d'Acquarone, Ambrosio venne informato che Vittorio Emanuele III aveva ormai deciso di intervenire personalmente.

La decisione fu però attuata soltanto il 25 luglio 1943, dopo l'approvazione dell'ordine del giorno Grandi, che restituiva formalmente al sovrano il comando supremo delle forze armate. Proprio quella prerogativa era stata delegata a Mussolini nel giugno 1940 su proposta dello stesso Badoglio.

Badoglio capo del governo

La mattina del 25 luglio 1943, prima ancora di ricevere Mussolini a Villa Savoia, Vittorio Emanuele III convocò Badoglio e gli affidò l'incarico di formare il nuovo governo. Il maresciallo accettò immediatamente, controfirmando il decreto di nomina.

Nel pomeriggio, all'uscita dell'udienza con il re, Mussolini fu arrestato dai Carabinieri Reali su ordine della Corona. L'episodio segnò la fine del ventennio fascista.

Prima ancora di completare la formazione del nuovo ministero, Badoglio dispose l'incorporazione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale nel Regio Esercito, eliminando la principale forza armata del Partito Nazionale Fascista. Alle ore 20:00 l'EIAR annunciò ufficialmente che il re aveva accettato le dimissioni di Mussolini e nominato Badoglio «Capo del Governo, Primo Ministro e Segretario di Stato».

Poco prima delle 23:00 il nuovo presidente del Consiglio rivolse il primo messaggio radiofonico alla nazione, concluso dalla celebre frase:

«La guerra continua. L'Italia, duramente colpita nelle sue province invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data; chiunque turbi l'ordine pubblico sarà inesorabilmente colpito.»

Contrariamente alle intenzioni del nuovo governo, l'annuncio provocò manifestazioni spontanee di entusiasmo in gran parte del Paese. In numerose città vennero abbattuti simboli del fascismo, mentre folle di cittadini celebrarono la caduta del regime gridando «Viva il Re» e «Viva Badoglio».

Per ristabilire il controllo della situazione, il 26 luglio Badoglio attribuì pieni poteri alle autorità militari in materia di ordine pubblico, introdusse il coprifuoco, vietò le riunioni pubbliche e limitò la stampa a una sola edizione quotidiana.

Il governo Badoglio I entrò ufficialmente in carica il 27 luglio. Era composto quasi esclusivamente da militari e alti funzionari dello Stato, senza rappresentanti dei partiti politici. Ne facevano parte, tra gli altri, Raffaele Guariglia agli Esteri, Antonio Sorice alla Guerra e Raffaele de Courten alla Marina.

Sul piano internazionale il nuovo governo mantenne inizialmente un atteggiamento di apparente continuità. Il 28 luglio Badoglio inviò infatti una lettera ad Hitler nella quale ribadiva formalmente la volontà italiana di proseguire la guerra al fianco della Germania, mentre parallelamente prendevano avvio i primi contatti riservati con gli Alleati.

La duplice linea perseguita dal governo — rassicurare Berlino e contemporaneamente preparare l'uscita dal conflitto — caratterizzò tutta l'attività dell'esecutivo nelle settimane successive. Sul piano interno, invece, il regime fascista fu progressivamente smantellato attraverso lo scioglimento del Partito Nazionale Fascista, del Gran Consiglio e del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, pur mantenendo in vigore gran parte della legislazione precedente, comprese le leggi razziali.

La storiografia più recente tende tuttavia a sottolineare come le principali decisioni di quel periodo non fossero assunte esclusivamente da Badoglio. Un ruolo determinante continuò infatti a essere esercitato da Vittorio Emanuele III, che attraverso il cosiddetto Consiglio della Corona mantenne il controllo delle principali scelte politiche e militari del nuovo governo.

Armistizio

Sin dai giorni immediatamente successivi alla caduta di Mussolini, il governo Badoglio avviò una complessa attività diplomatica finalizzata a ottenere l'uscita dell'Italia dalla guerra. La posizione dell'esecutivo risultava tuttavia estremamente delicata: da un lato era necessario evitare un'immediata reazione militare tedesca, dall'altro occorreva avviare trattative con gli Alleati senza compromettere la sicurezza del Paese.

Le aperture provenienti da Winston Churchill, Franklin Delano Roosevelt e dal generale Dwight D. Eisenhower lasciavano intendere la disponibilità anglo-americana a negoziare una resa italiana, purché questa fosse rapida e incondizionata. Nonostante ciò, il governo Badoglio esitò per diversi giorni, sia per la necessità di completare il nuovo assetto governativo sia per il timore delle conseguenze di un'eventuale occupazione tedesca della penisola.

Nel frattempo, la Germania diede attuazione all'Operazione Alarico, predisponendo il progressivo trasferimento in Italia di numerose divisioni della Wehrmacht. Tra la fine di luglio e la metà di agosto 1943 i reparti tedeschi occuparono progressivamente i principali nodi ferroviari e strategici della penisola, riducendo drasticamente i margini di manovra del governo italiano.

Di fronte al rapido deterioramento della situazione militare, il 12 agosto Badoglio affidò al generale Giuseppe Castellano l'incarico di avviare trattative riservate con il comando alleato. Castellano raggiunse Lisbona e successivamente la Sicilia, dove incontrò i rappresentanti anglo-americani, illustrando le difficoltà italiane nel rompere unilateralmente l'alleanza con la Germania.

Le richieste alleate erano tuttavia molto chiare: l'Italia avrebbe dovuto accettare una resa incondizionata, formalizzata mediante un primo accordo, il cosiddetto armistizio corto, cui sarebbe seguito un secondo documento contenente le condizioni politiche e militari definitive.

Il 27 agosto Castellano rientrò a Roma e riferì personalmente a Badoglio e al ministro degli Esteri Raffaele Guariglia il contenuto delle condizioni alleate. Il governo tentò inizialmente di ottenere un rinvio dell'entrata in vigore dell'armistizio, subordinandolo a un consistente sbarco anglo-americano nell'Italia centrale che potesse garantire la difesa di Roma contro la prevedibile reazione tedesca.

Le richieste italiane furono respinte. Gli Alleati ribadirono che la resa avrebbe dovuto essere firmata immediatamente.

Il 1º settembre 1943 Badoglio riunì i principali responsabili politici e militari del Regno. Alla riunione parteciparono, tra gli altri, Vittorio Ambrosio, Mario Roatta, Giacomo Carboni, Raffaele Guariglia, Giuseppe Castellano e il ministro della Real Casa Pietro d'Acquarone, in rappresentanza del re.

Pur permanendo forti perplessità circa la capacità dell'esercito di fronteggiare una reazione tedesca, prevalse infine la convinzione che non esistessero alternative praticabili. Vittorio Emanuele III autorizzò pertanto la conclusione dell'accordo.

Il 3 settembre 1943, nella località siciliana di Cassibile, il generale Castellano sottoscrisse per conto del governo italiano l'armistizio di Cassibile, mentre per gli Alleati firmò il generale statunitense Walter Bedell Smith.

L'accordo rimase segreto per alcuni giorni, in attesa che gli Alleati definissero le operazioni militari previste sul territorio italiano. Durante tale intervallo Badoglio e Vittorio Emanuele III continuarono ufficialmente a dichiarare la fedeltà dell'Italia all'alleanza con la Germania, nel tentativo di guadagnare tempo e completare i preparativi militari, che tuttavia rimasero largamente incompleti.

L'8 settembre e la fuga da Roma

Nei giorni successivi alla firma dell'armistizio lo Stato Maggiore italiano predispose alcune direttive riservate destinate ai comandi militari, tra cui la circolare operativa n. 44 emanata dal generale Vittorio Ambrosio, che prevedeva, in caso di aggressione tedesca, l'interruzione delle principali vie di comunicazione alpine e la resistenza armata contro le forze della Wehrmacht.

L'attuazione concreta di tali disposizioni rimase tuttavia subordinata a successivi ordini, che non furono mai trasmessi in modo chiaro ai comandanti periferici.

Il 7 settembre giunsero segretamente a Roma i generali statunitensi Maxwell Taylor e William Gardiner per concordare gli ultimi dettagli dell'Operazione Giant 2, che prevedeva l'aviolancio di truppe alleate negli aeroporti della capitale. Nel corso della notte, tuttavia, il generale Giacomo Carboni comunicò agli ufficiali americani che l'esercito italiano non era in grado di garantire la sicurezza degli aeroporti né di sostenere l'operazione.

Badoglio inviò quindi un radiogramma a Eisenhower chiedendo il rinvio dell'annuncio dell'armistizio e la cancellazione dello sbarco. Il comandante alleato respinse la richiesta, annullò l'operazione Giant 2 ma confermò la divulgazione dell'armistizio per il pomeriggio dell'8 settembre.

Alle 18:30 dell'8 settembre 1943 Eisenhower annunciò via radio la conclusione dell'armistizio. Riunito d'urgenza il Consiglio della Corona, Badoglio ricevette l'incarico di comunicare ufficialmente la notizia alla popolazione italiana.

Alle ore 19:45, attraverso i microfoni dell'EIAR, pronunciò il celebre proclama:

«Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.»

L'annuncio, privo di istruzioni operative dettagliate per le forze armate, provocò il rapido collasso dell'organizzazione militare italiana. Molti reparti rimasero privi di ordini precisi, mentre le forze tedesche diedero immediatamente esecuzione all'Operazione Achse, procedendo al disarmo delle unità italiane e all'occupazione dei principali centri strategici della penisola.

All'alba del 9 settembre Vittorio Emanuele III, Badoglio e i principali vertici militari lasciarono Roma dirigendosi verso Pescara lungo la via Tiburtina. Facevano parte del convoglio, oltre al sovrano, la regina Elena di Savoia, il principe ereditario Umberto, Vittorio Ambrosio, Mario Roatta e altri membri del governo e dello Stato Maggiore.

Da Pescara il gruppo dirigente raggiunse Brindisi a bordo della corvetta Baionetta, stabilendovi la nuova sede del governo. Contemporaneamente Roma, rimasta priva di una direzione politica e militare unitaria, fu occupata dalle truppe tedesche dopo i combattimenti della difesa di Porta San Paolo, mentre gran parte dell'esercito italiano si dissolse o venne catturata.

Il 29 settembre 1943 Badoglio sottoscrisse a Malta il cosiddetto armistizio lungo, che disciplinava in maniera dettagliata i rapporti tra l'Italia e gli Alleati.

Il 13 ottobre 1943, infine, il governo italiano dichiarò formalmente guerra alla Germania nazista, sancendo il definitivo passaggio del Regno d'Italia nel campo delle potenze alleate.

Governo Badoglio II

Dopo il trasferimento del governo a Brindisi, Badoglio dovette affrontare il problema della ricostituzione dell'amministrazione dello Stato nelle aree dell'Italia meridionale già liberate dagli Alleati. Diversi ministri del primo governo erano infatti rimasti a Roma, ancora occupata dalle truppe tedesche, rendendo necessario affidare temporaneamente le rispettive funzioni a sottosegretari o ad altri membri dell'esecutivo.

Ben più complesso risultò il problema della legittimazione politica del governo stesso. Le principali forze antifasciste riunite nel Comitato di Liberazione Nazionale consideravano infatti incompatibile la permanenza al potere sia di Badoglio, già alto dirigente del regime fascista, sia di Vittorio Emanuele III, ritenuto corresponsabile dell'ascesa e del consolidamento del fascismo.

Nel tentativo di rafforzare il proprio esecutivo, nell'ottobre 1943 Badoglio offrì il Ministero degli Affari Esteri a Carlo Sforza, figura di primo piano dell'antifascismo liberale rientrata da poco dall'esilio. Sforza subordinò tuttavia la propria partecipazione all'abdicazione del sovrano, proponendo inizialmente una soluzione che avrebbe affidato la reggenza del Regno allo stesso Badoglio durante la minore età del principe Vittorio Emanuele.

La crisi istituzionale fu superata soltanto nella primavera del 1944 grazie alla cosiddetta svolta di Salerno, favorita dal rientro in Italia di Palmiro Togliatti. Prevalse la proposta formulata da Enrico De Nicola, secondo la quale Vittorio Emanuele III avrebbe mantenuto formalmente il titolo di re, trasferendo però l'esercizio delle proprie funzioni al figlio Umberto, nominato Luogotenente del Regno. Tale soluzione consentì di rinviare la questione istituzionale alla fine della guerra e di favorire la collaborazione tra monarchia e partiti del CLN.

In questo nuovo quadro politico, il 22 aprile 1944 nacque a Salerno il governo Badoglio II, primo esecutivo italiano a comprendere rappresentanti dei partiti antifascisti dopo la caduta del regime. Il governo era sostenuto dai sei partiti del Comitato di Liberazione Nazionale e comprendeva personalità appartenenti ai principali schieramenti politici dell'epoca.

Alla vicepresidenza del Consiglio fu nominato Palmiro Togliatti, mentre tra i ministri senza portafoglio figuravano Benedetto Croce, Carlo Sforza, Pietro Mancini e Giulio Rodinò. Badoglio mantenne personalmente anche l'interim del Ministero degli Affari Esteri.

Il secondo governo Badoglio ebbe tuttavia vita breve. Dopo la liberazione di Roma del 4 giugno 1944 e il trasferimento della Luogotenenza nella capitale, la permanenza del maresciallo alla guida dell'esecutivo apparve sempre meno sostenibile sia agli Alleati sia ai partiti del CLN. L'8 giugno Badoglio rassegnò pertanto le dimissioni nelle mani del luogotenente Umberto di Piemonte.

Il 18 giugno 1944 gli succedette Ivanoe Bonomi, incaricato di formare un nuovo governo di coalizione nazionale.

La figura di Badoglio rimase comunque al centro del dibattito politico anche nei mesi successivi. Già durante la guerra circolò infatti la celebre Badoglieide, canzone satirica partigiana che ripercorreva criticamente l'intera carriera del maresciallo, dalla guerra d'Etiopia agli avvenimenti del 25 luglio e dell'8 settembre 1943, accusandolo di corresponsabilità nella politica del regime fascista e nelle repressioni seguite alla sua caduta.

Conclusa l'esperienza governativa, Badoglio si ritirò inizialmente a Cava de' Tirreni, dove raggiunse la nuora e i nipoti. Il figlio Mario, deportato in Germania dopo l'occupazione tedesca, era stato internato nei campi di concentramento di Mauthausen e Campo di concentramento di Dachau, sopravvivendo alla prigionia ma riportando gravi conseguenze fisiche che ne avrebbero causato la morte nel 1953.

Anni del secondo dopoguerra e accuse di crimini di guerra

Il Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947 impegnava l'Italia a collaborare con gli Alleati nell'arresto e nel processo delle persone accusate di crimini di guerra. Nel maggio 1948 il governo etiope inserì il nome di Pietro Badoglio in un elenco di dieci personalità italiane ritenute responsabili dell'impiego di armi chimiche e di bombardamenti contro strutture della Croce Rossa Internazionale durante la guerra d'Etiopia.

L'Etiopia chiese formalmente che gli imputati fossero consegnati per essere processati. Il governo italiano riuscì tuttavia a ottenere dagli Alleati che gli eventuali procedimenti fossero celebrati davanti a organi giudiziari nazionali.

La commissione italiana incaricata di esaminare le accuse concluse i propri lavori senza rinviare a giudizio Badoglio né gli altri principali responsabili militari. Il maresciallo non fu pertanto mai sottoposto ad alcun procedimento penale per i fatti contestati.

Nel marzo 1946 l'Alta Corte di Giustizia per le sanzioni contro il fascismo dichiarò Badoglio decaduto dalla carica di senatore del Regno; la decisione fu confermata dalla Corte di cassazione nel luglio 1948.

Rientrato definitivamente a Grazzano Badoglio, il maresciallo si dedicò prevalentemente alla gestione della casa natale, che aveva voluto trasformare in asilo infantile intitolato alla madre Antonietta Pittarelli e, successivamente, in museo dedicato alla propria carriera militare. Durante i soggiorni estivi accompagnava personalmente molti visitatori illustrando i cimeli e la documentazione conservata nell'edificio.

Morte

Pietro Badoglio morì a Grazzano Badoglio il 1º novembre 1956, all'età di ottantacinque anni, in seguito a un attacco di asma cardiaco.

I funerali si svolsero il 3 novembre, anniversario della firma dell'armistizio di Villa Giusti, alla presenza di rappresentanti del Governo italiano, delle autorità civili e militari e di numerosi reduci della prima guerra mondiale. Al maresciallo furono tributati gli onori militari previsti per il grado ricoperto.

La sua salma venne tumulata nella cappella di famiglia del cimitero di Grazzano Badoglio, dove riposano anche altri membri della famiglia.

Nel 1991, dopo la definitiva chiusura dell'Asilo Pittarelli, la casa natale fu destinata a centro culturale e museo storico, sotto la gestione della Fondazione Badoglio, che ancora oggi ne cura la conservazione e la valorizzazione.

Aspetti controversi

L'operato di Pietro Badoglio è stato oggetto di un ampio dibattito storiografico e politico. Le responsabilità attribuitegli nel corso della carriera militare e istituzionale hanno suscitato valutazioni contrastanti, provenienti da ambienti politici e culturali di orientamento diverso. In particolare, la storiografia si è soffermata sul suo ruolo nella battaglia di Caporetto, sull'impiego dell'iprite durante la guerra d'Etiopia e sulla gestione degli eventi che seguirono l'armistizio di Cassibile dell'8 settembre 1943.

L'utilizzo di armi chimiche nel corso della campagna d'Etiopia, rimasto a lungo ignoto all'opinione pubblica italiana, è stato successivamente documentato dalla ricerca storica e costituisce uno degli aspetti maggiormente controversi dell'attività militare di Badoglio, anche alla luce del divieto sancito dal Protocollo di Ginevra del 1925.

Nel 1965 venne revocato il segreto di Stato sulla documentazione relativa alla commissione d'inchiesta istituita fra il 1944 e il 1945 per accertare le responsabilità della mancata difesa di Roma nei giorni 8-10 settembre 1943. La commissione attribuì le principali responsabilità militari al capo di stato maggiore dell'Esercito Mario Roatta e al comandante del Corpo d'armata motocorazzato, generale Giacomo Carboni, senza formulare analoghe conclusioni nei confronti di Badoglio.

Alcuni autori hanno inoltre ipotizzato una sua appartenenza alla massoneria. La questione è stata affrontata da diverse opere storiografiche e memorialistiche. La Rivista Massonica, organo ufficiale del Grande Oriente d'Italia, pubblicò nel 1976 notizie che indicavano Badoglio come affiliato a una loggia del Grande Oriente d'Italia. Nello stesso ambito, Piero Pieri e Giorgio Rochat riportano una lettera del 6 marzo 1917 nella quale Luigi Cadorna scrive al figlio Raffaele: «A Capello ho dato Badoglio come desiderava. Così sono in pieno tre puntini! Almeno non mi diranno che ho delle prevenzioni!», interpretata da alcuni studiosi come un possibile riferimento all'appartenenza massonica.

Con riferimento alla caduta del regime fascista, Peter Tompkins ha sostenuto che, durante la seduta del Gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943, i rapporti massonici intercorrenti fra numerosi consiglieri avrebbero favorito la formazione della maggioranza che votò contro Benito Mussolini. Secondo la medesima interpretazione, anche la successiva nomina di Badoglio a capo del governo sarebbe stata influenzata da tali relazioni. Tali ricostruzioni, tuttavia, non sono condivise in modo unanime dalla storiografia e sono state accolte con prudenza da parte degli studiosi.

La storiografia ha inoltre osservato come Badoglio abbia goduto, in diverse fasi della propria carriera, del sostegno della Casa Savoia, pur in presenza di rapporti non sempre privi di tensioni con la Corona.

Racconti

Nelle proprie memorie Badoglio fornì una ricostruzione di alcuni fra i principali eventi che lo videro protagonista, tra cui la destituzione di Benito Mussolini e la conclusione dell'armistizio di Cassibile. Alcune delle sue testimonianze sono state tuttavia oggetto di valutazioni critiche da parte della storiografia.

Con riferimento all'arresto di Mussolini, Badoglio descrisse il colloquio svoltosi il 25 luglio 1943 a Villa Ada tra il duce e Vittorio Emanuele III. Tale ricostruzione è stata ritenuta da diversi studiosi di difficile verifica, poiché il colloquio si svolse in forma strettamente riservata e non ne esistono testimonianze dirette, fatta eccezione per quanto riportato dal generale Paolo Puntoni, primo aiutante di campo del sovrano, che attese nella stanza adiacente su richiesta del re e ne lasciò un resoconto nel proprio diario.

Riguardo all'armistizio, Badoglio sostenne che la decisione fosse stata determinata dal progressivo deterioramento della situazione militare e logistica dell'Italia, aggravata dall'interruzione delle comunicazioni ferroviarie, dalla presenza sul territorio nazionale di consistenti forze tedesche e dalla riduzione delle forniture di carbone e di altre risorse essenziali. Ricordando le trattative con il generale Dwight D. Eisenhower, affermò inoltre: «vennero dei patti un po' imbrogliati che non sto a chiarirvi».

Badoglio dichiarò inoltre, in più occasioni, che Mussolini avrebbe avuto intenzione di chiedere un armistizio intorno al 15 settembre 1943. Tale affermazione, ripresa anche da Renzo De Felice, non ha tuttavia trovato conferme documentarie generalmente condivise dalla storiografia.

Museo

La casa natale di Pietro Badoglio, nella quale morì il 1º novembre 1956, è oggi sede del Museo Pietro Badoglio ed è di proprietà della Fondazione Badoglio.

L'edificio fu alienato dalla famiglia Badoglio nel 1922, ma nel 1937 venne riacquistato dall'Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra di Casale Monferrato, che lo donò allo stesso Badoglio. Il maresciallo dispose che l'immobile fosse destinato a ospitare l'asilo infantile intitolato alla madre Antonietta Pittarelli, riservando una parte dell'edificio a propria abitazione e alla raccolta di cimeli e documenti destinata a costituire il futuro museo.

Dopo la chiusura dell'Asilo Pittarelli, avvenuta nel 1988, nel 1991 venne costituito il Centro Culturale Pietro Badoglio, cui fu affidata la gestione del museo. Il centro, diretto da Alessandro Allemano, cura la conservazione e la valorizzazione del patrimonio storico e documentario relativo alla figura del maresciallo.

Matrimonio e figli

Il 26 ottobre 1904 Pietro Badoglio sposò a Roma Sofia Valania (Milano, 1884 – Roma, 19 novembre 1942), figlia del colonnello dei granatieri Ferdinando Valania e di Luigia Dobrilla. Dal matrimonio nacquero quattro figli:

  • Mario Ferdinando Antonio Luigi (Roma, 1º agosto 1905 – San Vito al Tagliamento, 10 febbraio 1953), diplomatico e capitano di complemento della Regia Aeronautica, sposò a Sanremo il 3 gennaio 1937 Giuliana Rota, figlia del senatore Francesco Rota, conte di San Vito, dalla quale ebbe i figli Pietro, Paolo, Francesco, Gian Luca e Alessandro.
  • Francesco Ferdinando (1908 – 1911), morto in tenera età.
  • Paolo Ferdinando (Roma, 6 gennaio 1912 – presso Sebha, 30 aprile 1941), tenente di complemento della Regia Aeronautica, morì in un incidente aereo durante la campagna del Nordafrica. Il 6 luglio 1935 sposò a Roma Anna Silj, detta Annina, figlia del senatore Bernardo Silj e nipote del cardinale Pietro Gasparri.
  • Maria Immacolata Luigia Antonietta (Roma, 15 gennaio 1915 – Pistoia, 3 marzo 1985), sposò a Roma il 12 aprile 1939 il marchese Antonio Corbizzo Altoviti Avila Niccolai Lazzerini (Firenze, 15 ottobre 1914 – 2002).

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria
«Adamantina tempra di soldato italiano, con tenacia pari al valore e con intelletto pari alla fede, in 41 mesi di guerra consacrò tutto se stesso al trionfo delle armi nostre. Assunto ad alte funzioni presso il comando supremo, fu del capo di stato maggiore dell'Esercito, in intima comunione di opere, di concetti e d'intenti, prezioso, devoto, infaticabile collaboratore, acché spezzata la violenza delle offensive nemiche, le armate italiane, ricostituite in agili e forti organismi, scattassero nell'ora meditata e prescelta alla travolgente manovra intesa a distruggere l'intera compagine dell'esercito nemico. Zona di guerra, 8 novembre 1917 - 4 novembre 1918.»
— 6 novembre 1918
Medaglia d'argento al valore militare - nastrino per uniforme ordinaria
«Per il valore dimostrato sulle linee di San Daniele, in circostanze critiche di combattimento, assicurando efficace difesa contro l'incalzante nemico ed esponendosi serenamente ove intenso ferveva il combattimento.»
— San Daniele del Friuli, 30 ottobre 1917
Medaglia di bronzo al valore militare - nastrino per uniforme ordinaria
«Incaricato dal comando del corpo d'armata di indirizzare la 6ª brigata su posizioni arditamente da lui riconosciute giorni innanzi, eseguiva il mandato con coraggio ed intelligenza. Rientrato al comando per riferire, ritornava più tardi al comando di brigata per ordini e notizie, traversando, non curante di sé, zone molto battute da proiettili nemici.»
— Tripoli, 26 novembre 1911
Medaglia d'argento al valore civile - nastrino per uniforme ordinaria
«Per essersi segnalato nel portare soccorso alle popolazioni funestate dal terremoto del 28 dicembre 1908.»
Croce al Merito di Guerra (2 concessioni) - nastrino per uniforme ordinaria
— Comando Supremo (1918) e Campagna dell'Africa Orientale Italiana (1936)
Distintivo di promozione per merito di guerra (per ufficiali generali ed ammiragli; 6 concessioni) - nastrino per uniforme ordinaria
Distintivo di promozione per merito di guerra (per ufficiali generali ed ammiragli; 6 concessioni)
Distintivo di promozione per merito di guerra (per ufficiali superiori) - nastrino per uniforme ordinaria
Distintivo di promozione per merito di guerra (per ufficiali superiori)

Onorificenze straniere

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