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personaggio della mitologia greca

Medea

Medea

L’essenziale

istanza dipersonaggio della mitologia greca
coniugeGiasone
descritto nella fonteEncyclopædia Britannica (1911)
Tutti i dati del template 5
Saga
Le Argonautiche
Nome orig.
Μήδεια
Specie
Umana
Sesso
Femmina
Professione
Maga e principessa della Colchide

Medea (in greco antico Μήδεια?, Mḕdeia) è un personaggio della mitologia greca. Fu una principessa della Colchide ed una maga citata nel preludio delle imprese degli Argonauti.

Genealogia

Medea ed i due figli in un affresco ritrovato nella casa dei Dioscuri a Pompei, 1º secolo DC.
Medea ed i due figli in un affresco ritrovato nella casa dei Dioscuri a Pompei, 1º secolo DC.

Figlia di Eete e di Idia o di Ecate, sposò Giasone che la rese madre di Eriope (figlia di Giasone) e dei due maschi Mermero (Μέρμερος, Mérmeros) e Fere (Φέρης, Phéres), maschi che furono uccisi dai Corinzi oppure da Medea stessa.

Medea in seguito sposò Egeo che la rese madre di Medo.

Mitologia

Giasone e Medea (1907), opera di John William Waterhouse.
Giasone e Medea (1907), opera di John William Waterhouse.
Sarcofago che raffigura il mito di Medea secondo Euripide (Museo archeologico nazionale delle Marche).
Sarcofago che raffigura il mito di Medea secondo Euripide (Museo archeologico nazionale delle Marche).
Medea, un dipinto di Henri Klagmann (Nancy, Musée des Beaux-Arts).
Medea, un dipinto di Henri Klagmann (Nancy, Musée des Beaux-Arts).
3 immagini

Medea è uno dei personaggi più celebri e controversi della mitologia greca. Il suo nome in greco significa "astuzie, scaltrezze". Citata fin dalla Teogonia di Esiodo, è descritta come una figura dotata di poteri divini equiparabile alla concezione moderna di maga.

Quando Giasone giunge nella Colchide insieme agli Argonauti alla ricerca del Vello d'oro, capace di guarire le ferite, custodito da un feroce e terribile drago per conto di Eeta, lei se ne innamora perdutamente. E, pur di aiutarlo a raggiungere il suo scopo, giunge a uccidere il fratello Apsirto, spargendone i poveri resti dietro di sé dopo essersi imbarcata sulla nave Argo insieme a Giasone, divenuto suo sposo. Il padre, così, trovandosi costretto a raccogliere le membra del figlio, non riesce a raggiungere la spedizione, e gli Argonauti tornano a Iolco con il Vello d'Oro. Lo zio di Giasone, Pelia, rifiuta tuttavia di concedere il trono al nipote, come aveva promesso in precedenza, in cambio del Vello.

Medea allora sfrutta le proprie abilità magiche e con l'inganno si rende protagonista di nuove efferatezze per aiutare l'amato. Convince infatti le figlie di Pelia a somministrare al padre un "pharmakón", dopo averlo fatto a pezzi e bollito, che lo avrebbe ringiovanito completamente: dimostra la validità della sua arte riportando un caprone alla condizione di agnello, dopo averlo sminuzzato e bollito con erbe magiche. Le figlie ingenue si lasciano ingannare e provocano così la morte del padre, tra atroci sofferenze: Acasto, figlio di Pelia, pietosamente seppellisce quei poveri resti e bandisce Medea e Giasone da Iolco, costringendoli a rifugiarsi a Corinto, dove si sposeranno.

La Medea di Euripide

Sono passati dieci anni, Creonte, re della città di Corinto, vuole dare la sua giovane figlia Glauce in sposa a Giasone, offrendo così a quest'ultimo la possibilità di successione al trono. Giasone accetta e cerca inutilmente di far accettare la cosa a Medea, che si dispera per l'abbandono e il nuovo esilio, che Creonte le ha imposto temendo la vendetta di lei.

Medea manda a chiamare Giasone, gli ricorda il loro passato e le volte che gli era venuta in aiuto, ma di fronte all'ingratitudine e all'indifferenza di Giasone, si adira e medita una tremenda vendetta. Fingendosi rassegnata, fa credere di volersi rappacificare con la nuova famiglia del marito per il bene dei figli e manda come dono nuziale una veste finissima e una corona d'oro alla giovane Glauce, la quale, non sapendo che i doni sono intrisi di un potente veleno, li indossa, per poi morire fra fiamme e dolori strazianti. Il padre Creonte, corso in aiuto, tocca anch'egli il mantello, e muore atrocemente.

Ma la vendetta di Medea non finisce qui. Secondo Euripide, per assicurarsi che Giasone soffra e non abbia discendenza, dopo un'angosciosa incertezza vince la sua natura di madre e uccide i loro piccoli figli (Mermero e Fere) avuti da lui. Secondo Diodoro Siculo i figli che Medea aveva avuto da Giasone erano però tre: i due gemelli Tessalo e Alcimene e Tisandro.

Fuggita ad Atene, a bordo del carro del Sole trainato da draghi alati, Medea sposa il re Egeo, dal quale ha un figlio, Medo; Egeo aveva precedentemente concepito con Etra un figlio, Teseo (e nella versione di Euripide le aveva chiesto consiglio in precedenza per interpretare un oracolo, ottenendo da Medea anche aiuto per la moglie in gravidanza). Medea vuole lasciare il trono di Atene a Medo, ma Teseo giunge in città. Egeo ignora che Teseo sia suo figlio, e Medea, che vede ostacolati i suoi piani per Medo, suggerisce al marito di uccidere il nuovo venuto durante un banchetto. Ma all'ultimo istante Egeo riconosce Teseo come suo figlio e Medea è costretta a fuggire di nuovo.

Torna nella Colchide, dove si ricongiunge e si riappacifica con il padre Eete.

La Medea di Ovidio

Ovidio tratta del mito di Medea in tre distinte opere: le Heroides, le Metamorfosi e la tragedia Medea, andata perduta.

Nel primo testo è la donna a parlare cercando di commuovere il marito, ma il racconto si interrompe prima del compimento della tragedia e il suo completamento è possibile al lettore solo attraverso la memoria letteraria. La Medea delle Metamorfosi è ben diversa: essa oscilla tra ratio e furor, mens e cupido, riprendendo, almeno in parte, la giovane tormentata dai rimorsi di Apollonio Rodio, divisa tra il padre e Giasone. Medea si dilania tra incertezza, paura, commozione e compassione.

La metamorfosi avviene in modo repentino ed è possibile rintracciarla attraverso il confronto tra la scena dell'incontro con Giasone nel bosco sacro e il ringiovanimento del padre dell'amato: se nel primo caso appare come un medico antico, nel secondo utilizza esplicitamente la parola "arte" (vv.171-179) mostrandosi come una vera strega.

Anche Ovidio riprende la scena del carro, presente già in Euripide e successivamente in Seneca, ma se in questi due casi l'episodio è inserito alla fine del racconto, Ovidio lo colloca a metà della narrazione: in tal modo Medea perde le sue qualità umane e il mondo reale cede il posto a quello fantastico.

All'inizio della Metamorfosi, Medea è la protagonista assoluta, ma pian piano cessa di essere un'eroina in cui il lettore può identificarsi e diviene un personaggio che appare e scompare come per magia.

Il pathos del finale non è sfruttato al massimo: Medea è divenuta una vera strega e quindi non soffre dell'infanticidio commesso né potrebbe soffrire di un'ipotetica punizione.

La Medea di Draconzio

Nella parte introduttiva Draconzio afferma di voler fondere tutti i motivi tipici del mito di Medea; lo fa invocando la Musa Melpomene e la Musa Calliope.

Medea e Giasone appaiono tutti mossi dal destino e dalla volontà degli dei, legati come sono agli scontri tra Venere e Diana. Infatti la dea della caccia, sentendosi tradita per il matrimonio della sua sacerdotessa, scaglia una maledizione contro di lei. Maledizione che, alla fine, darà luogo alla morte del marito e dei figli.

All'inizio Medea è descritta come una "virgo cruenta", ma viene definita maga solo al verso 343.

Caratteristica di questo racconto è che è la donna a rubare il vello d'oro donandolo poi a Giasone, che appare per tutta la narrazione una figura passiva.

Anche quando entra in scena Glauce l'eroe è semplice oggetto del desiderio, che la giovane otterrà anche a costo di rompere il legame matrimoniale che lo vincola. Entrambe le donne trasgrediscono così le norme morali: da un lato Medea tradisce la dea Diana, dall'altro Glauce porta al tradimento Giasone.

Durante le nozze l'attenzione si concentra sulla coppia mentre Medea prepara la vendetta: sarà lei a donare a Glauce la corona da cui prenderà fuoco l'intero palazzo.

Ma il punto culminante della tragedia è il sacrificio che Medea offre a Diana: i suoi figli, sicché l'infanticidio non è più condotto per vendetta, ma come richiesta di perdono.

Nella scena finale l'autore riprende l'episodio del carro, ma questa volta il volo della donna ha valore semantico e non narrativo: Medea si riunisce a Diana e ritorna la "virgo cruenta" dell'inizio della narrazione, lasciando a terra tutto ciò che era ancora legato a Giasone.

Opere derivate (parziale)

Scultura in bronzo di Medea. Lei esercita i suoi poteri magici; rabbia e vendetta.
Scultura in bronzo di Medea. Lei esercita i suoi poteri magici; rabbia e vendetta.

Danza

Letteratura

Musica

Pittura

Scultura

Cinema

  • Medea (2025), regia di Francesco Romanelli

Teatro

  • La lunga notte di Medea, di Corrado Alvaro
  • From Medea, di Grazia Verasani
  • La Madre: 'i figlie so' piezze 'i sfaccimma, di Mimmo Borrelli
  • Medea, di Chrysanthos Mentis Bostantzoglou
  • Medea: L'isola delle lacrime, di Gianpaolo Bellanca
  • Medea, di Rachel Cusk

Televisione

Altre apparizioni

In Fate/stay night, un visual novel giapponese, Medea è evocata come il servant di classe caster. In base alla route avrà un ruolo più o meno importante, sempre come antagonista nei confronti del protagonista.

Altri progetti

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Testo da Wikipedia, CC BY-SA 4.0 · Voce originale