La lingua umbra antica, o umbro antico, è una lingua estinta del ramo sabellico (tradizionalmente noto come osco-umbro) della famiglia italica, a sua volta parte delle lingue indoeuropee. Fu parlata nell'Italia antica dagli Umbri, in un territorio corrispondente grosso modo all'odierna Umbria e alle aree a est e a ovest del Tevere, fino ai confini della Sabina. È documentata tra il VII e il I secolo a.C.; nel corso della romanizzazione fu sostituita dal latino e non sopravvisse come lingua viva oltre i primi tempi dell'età imperiale, sicché i dialetti umbri moderni sono varietà romanze e non ne costituiscono la continuazione. La sua conoscenza si fonda quasi esclusivamente su testimonianze epigrafiche, tra le quali spiccano, per estensione e rilievo, le Tavole Iguvine, il testo più ampio dell'intera documentazione sabellica.
Classificazione
L'umbro è una lingua indoeuropea della famiglia italica, della quale costituisce, insieme all'osco, al piceno meridionale e a un gruppo di idiomi minori, il ramo detto sabellico (nella terminologia più tradizionale osco-umbro).
La questione dell'"italico"
Se le lingue italiche formino un unico nodo genealogico, disceso da un comune protoitalico, oppure due rami indoeuropei indipendenti (latino-falisco da un lato, sabellico dall'altro) convergenti per contatto, è problema tuttora dibattuto. A sostegno dell'unità genetica si adducono alcune innovazioni morfologiche condivise, tra cui il suffisso del congiuntivo imperfetto *-sē-, quello dell'indicativo imperfetto *-fā-, la formazione del gerundivo in *-ndo- e la prima persona singolare del verbo "essere" *esom. Su posizioni opposte si è collocata la linguistica italiana del Novecento, con Devoto e Pisani: in questa prospettiva l'"italico" non è un ramo ereditato dall'indoeuropeo, ma il risultato di un processo di formazione compiutosi sul suolo della penisola, nozione che finisce per identificarsi essenzialmente con il sabellico; le concordanze con il latino sarebbero quindi il prodotto di contatti secondari, non di un'origine comune.
La stessa denominazione del ramo non è neutra. Il termine tradizionale "osco-umbro" è oggi spesso evitato, perché suggerisce un'equivalenza tra osco e umbro e lascia in ombra le lingue minori del gruppo; la ricerca recente (Rix, Wallace, Poccetti) tende a preferire "sabellico".
Posizione dell'umbro entro il sabellico
All'interno del sabellico, l'umbro è tradizionalmente posto a capo di un "gruppo umbro" che comprenderebbe anche l'equo, il marso e il volsco. Secondo la classificazione di Rix, ripresa da Amann, volsco, marso ed equo si sarebbero staccati direttamente dall'umbro in epoca storica. Se questa tripartizione del sabellico in gruppo osco, gruppo umbro e gruppo piceno rifletta reali sottoraggruppamenti, oppure se osco e umbro condividano piuttosto una fase intermedia di unità successiva alla dissoluzione del sabellico comune, resta oggetto di discussione; secondo Wallace le aree sabelliche formano piuttosto un continuum linguistico, con l'umbro a nord, l'osco a sud e le lingue dell'Italia centrale in posizione di transizione.
Umbro e osco, in ogni caso, non costituiscono due varianti regionali di un medesimo idioma: la documentazione dell'umbro, concentrata in sostanza in un unico grande testo, si contrappone a quella policentrica dell'osco, e alla marcata propensione dell'umbro all'innovazione fonetica e morfologica fa riscontro il carattere più conservativo dell'osco.
Storia degli studi e decifrazione
Le Tavole Iguvine, principale fonte per la conoscenza dell'umbro, entrarono nella cultura erudita moderna come presunto documento etrusco: l'affinità dell'alfabeto con quello etrusco ne aveva a lungo mascherato la reale natura linguistica. Furono riprodotte da Filippo Buonarroti nell'appendice al De Etruria Regali di Thomas Dempster (1724), nel clima che avrebbe dato avvio alla moderna etruscologia.
Una prima distinzione sistematica tra le due grandi aree linguistiche dell'Italia antica di ascendenza sabellica, l'osco e l'umbro, si deve a Luigi Lanzi (Saggio di lingua etrusca e di altre antiche d'Italia, 1789). L'appartenenza dell'umbro alla famiglia indoeuropea fu acquisita nel corso del primo Ottocento dalla grammatica comparata, mentre sul versante etruscologico Karl Otfried Müller (Die Etrusker, 1828) dimostrò che, malgrado l'alfabeto di tipo etrusco, la lingua delle Tavole era italica e distinta dall'etrusco.
Il contributo di Karl Richard Lepsius (De tabulis Eugubinis, 1833) fu di ordine paleografico ed epigrafico: fissò il valore dei segni e l'ordine ricevuto delle tavole, riconoscendo che quelle redatte in alfabeto latino erano le più recenti, e nel 1841 ne pubblicò quella che può considerarsi l'editio princeps. La prima edizione critica con commento su basi scientifiche, sulla quale si fondano le interpretazioni successive, è quella di Theodor Aufrecht e Adolf Kirchhoff (Die umbrischen Sprachdenkmäler, 1849-1851), cui seguirono i lavori di Michel Bréal (Les Tables eugubines, 1875) e di Franz Bücheler (Umbrica, 1883).
Nel Novecento l'edizione di riferimento divenne quella di Giacomo Devoto (Tabulae Iguvinae, 1937); la sua opera minore Le Tavole di Gubbio (1948) contiene la prima traduzione delle Tavole in una lingua moderna. Al 1959 risale The Bronze Tables of Iguvium di James W. Poultney, tuttora edizione commentata di riferimento in ambito anglosassone.
Una rappresentazione diffusa, ma imprecisa, attribuisce a Devoto la traduzione delle Tavole e a Lepsius l'identificazione dell'umbro come lingua indoeuropea. Entrambe le formulazioni vanno corrette: l'appartenenza indoeuropea era già patrimonio della comparatistica di primo Ottocento e la separazione dall'etrusco era stata argomentata da Müller nel 1828, mentre l'apporto di Lepsius fu di natura paleografica; quanto alla traduzione, Devoto (1948) ne fornì la prima resa in lingua moderna, ma su un impianto interpretativo già fissato da Aufrecht e Kirchhoff quasi un secolo prima. L'esegesi, inoltre, non può dirsi conclusa: il valore di singoli lessemi e il senso di intere sequenze rituali restano discussi, e le Tavole continuano a essere oggetto di riedizione e reinterpretazione, come mostra il commentario di Michael Weiss (2010) dedicato alle sole Tavole III e IV.
Corpus epigrafico
Al di fuori delle Tavole Iguvine, la documentazione in lingua umbra è quantitativamente esigua: si contano circa 45 iscrizioni brevi, cui si aggiungono due o tre legende monetali. Le più antiche, cinque testi convenzionalmente detti "paleoumbri", risalgono al VII-VI secolo a.C. e provengono dalla fascia di confine tra Etruria e Sabina; il grosso del materiale si data invece tra il IV e il I secolo a.C.
L'etichetta paleoumbro, valida sul piano linguistico, è discussa sul piano storico-culturale: già Dominique Briquel attribuiva l'iscrizione di Poggio Sommavilla a un dialetto sabino.
Secondo Petra Amann, che ne ha studiato in modo sistematico il corpus minore, la fisionomia della documentazione umbra si distingue da quella coeva etrusca e falisca: la scrittura risulta impiegata soprattutto in ambito pubblico-amministrativo e sacro, mentre è quasi assente quella produzione funeraria e privata che altrove costituisce la parte maggioritaria delle iscrizioni. Almeno sei testi, su una quarantina, nominano un magistrato pubblico in un contesto non funerario, dato che la studiosa collega a un uso della scrittura orientato alla dimensione comunitaria e istituzionale più che a quella individuale.
Tra i tipi documentari ricorrenti Amann segnala i cippi di confine (termini), la cui presenza riflette a suo giudizio un influsso etrusco e falisco. La stessa studiosa richiama inoltre la sproporzione tra la scarsità della documentazione scritta e il peso demografico e militare degli Umbri, quale emerge ad esempio dalla notizia polibiana (Storie, II, 24) sui contingenti umbri computati al tempo della campagna gallica culminata nella battaglia di Talamone (225 a.C.). Sul piano religioso, rileva infine la sottorappresentazione, nel corpus umbro, di divinità la cui diffusione sarebbe attesa (Ercole, Apollo, i Dioscuri).
Sistema di scrittura
L'umbro fu scritto in due tradizioni grafiche distinte: un alfabeto nazionale di origine etrusca e, in una fase più tarda, l'alfabeto latino.
Alfabeto umbro
L'alfabeto nazionale, impiegato per le Tavole Iguvine I-Vb7 e per la maggior parte delle iscrizioni minori, deriva da un modello etrusco settentrionale, forse di area perugina o cortonese. Rispetto a tale modello mancano i segni per gamma, delta e omicron: il kappa vale tanto /k/ quanto /g/, il tau tanto /t/ quanto /d/, mentre l'upsilon rende tutte le vocali posteriori arrotondate; per /b/ si impiegano indifferentemente pi e beta. All'inventario ereditato furono aggiunti due segni per due fonemi propri dell'umbro: una lettera a forma di d rovesciata per la fricativa palatale /ç/ e una a forma di P rovesciata per la fricativa sonora /ð/, convenzionalmente trascritte ç e ř. Secondo Daniele Federico Maras, l'alfabeto umbro adatta la scrittura etrusca dell'area interna tiberina, con riferimento all'area volsiniese nella fase più antica, ancora nel V secolo a.C., e a quella perugina e cortonese nelle fasi più recenti; il segno per ř è presente sin dalla prima documentazione, mentre quello per ç non compare prima del III secolo a.C. Non tutte le iscrizioni umbre ricorrono al medesimo modello: la statua del guerriero di Todi e i testi di Colfiorito impiegano un alfabeto di area volsiniese (orvietana), nel quale il gamma è invece presente per la resa di /k/. La scrittura in alfabeto etrusco procede di norma da destra a sinistra.
Alfabeto latino
Le Tavole Vb8-VII e alcune iscrizioni fra II e I secolo a.C. furono redatte in alfabeto latino, con direzione da sinistra a destra. Per la fricativa palatale /ç/ si adottò un sigma modificato da un tratto obliquo nel quadrante superiore sinistro, trascritto ś. Tra le altre peculiarità grafiche segnalate per l'umbro in alfabeto latino figurano l'uso di V per la vocale o e un impiego anomalo della lettera Z.
Caratteristiche linguistiche
Fonetica
Come le altre lingue italiche, l'umbro riflette lo sviluppo delle aspirate sonore indoeuropee *bʰ e *dʰ in fricative (esito /f/ in posizione iniziale) e il passaggio delle labiovelari a labiali (*kʷ > p, come in pisi "chiunque"), oltre al trattamento del gerundivo con *-nd- > -nn-.
Sul piano del consonantismo, l'umbro si distingue dall'osco per un sistema di fricative più ricco: accanto a /s/ possiede una fricativa palatale sorda /ç/, sviluppatasi da nessi preistorici *ky, *ki, *ke (per esempio Serfe "Serfio"), e una fricativa sonora /ð/, esito di *d intervocalico e di *l intervocalico in contesto palatale. Tratto caratteristico è il rotacismo: la /s/ intervocalica passa a /r/ e confluisce con /r/ (eru, erom "essere" < *esom), fenomeno che nelle Tavole in alfabeto latino investe anche la -s finale (popler < *popleys); la sua diffusione non è uniforme e distingue le Tavole I-IV dalle Tavole Vb, VI e VII. In posizione iniziale *l preistorico dà /w/ (vuku "bosco" < *lowkod); la /h/ è caduta (in posizione interna già in epoca preistorica, e la lettera h serve a segnalare iato o quantità vocalica); frequenti sono l'indebolimento e la caduta delle consonanti finali e la semplificazione di alcuni nessi (*-ft- > -t-, umbro screhto contro osco scriftas).
Sul piano del vocalismo, l'innovazione più vistosa rispetto all'osco è la monottongazione: tutti i dittonghi ereditati si sono ridotti a vocali semplici, mentre nuovi dittonghi sono sorti da mutamenti successivi (deitu /dei̯tu/ < *deyketod). Il sistema vocalico presenta inoltre, rispetto all'osco, due timbri posteriori supplementari; la distinzione di quantità pare mantenuta nelle sillabe iniziali o radicali.
Morfologia
L'umbro è lingua flessiva a sette casi (nominativo, vocativo, accusativo, dativo, ablativo, genitivo, locativo), due numeri e tre generi, con declinazioni in tema vocalico (-a, -o, -i, -u) e consonantico. Rispetto all'osco si segnalano l'accusativo plurale maschile e femminile in -f (contro l'osco -ss, per esempio vitluf "vitelli", tref "tre") e il genitivo plurale dei temi in -a in -rom, esito del rotacismo dell'antico -som. Molto sviluppato è il ricorso alle posposizioni (-en "in, verso", -per "per", -com "con", -to "da"), tratto che concorre a una tendenza tipologica dell'umbro verso forme di agglutinazione.
Il verbo si articola su due temi, infectum e perfectum, con presente, imperfetto, futuro, perfetto e futuro anteriore (il piuccheperfetto non è attestato). Il futuro è formato col suffisso -s-, l'imperfetto con -fa-, il futuro anteriore con -us-. Il perfetto conosce più formazioni (raddoppiamento, suffisso -s-, suffisso -f-); caratteristico dell'umbro è il perfetto in -nki-, con esito palatalizzato -nçi- (purdinciust "avrà presentato"), a fronte dell'assenza del perfetto in -tt- proprio dell'osco. Il perfetto in -nki-, al pari del perfetto in -f- e di quello osco in -tt-, costituisce un'innovazione interna al sabellico, estranea al latino-falisco: la formazione in -tt- è propria dell'osco, quella in -nki- esclusiva dell'umbro. Nel medio-passivo l'umbro conserva la distinzione fra desinenze primarie e secondarie (-ter contro -tur) e presenta l'infinito deponente-passivo in -fi (pihafi "essere purificato"), contro l'osco -fir. Il carattere prescrittivo dei testi rituali spiega la ricchezza delle forme imperative, tra cui l'imperativo "futuro" in -tu, -tuto.
Lessico
Trattandosi di una lingua di documentazione ristretta, il lessico noto appartiene quasi solo alle sfere della religione, dell'amministrazione civica e della morte. Il nucleo è ereditato dall'indoeuropeo e in parte condiviso con il latino-falisco, soprattutto nel vocabolario sacrale (sacer, umbro sacra; piare, umbro pihatu; feriae, umbro fiisiais). Si registrano prestiti dall'etrusco (la base ais- "dio") e, in età più recente, dal latino, in particolare nel lessico politico-amministrativo (kvestur < quaestor).
Tavole Iguvine
Le Tavole Iguvine sono sette lastre bronzee provenienti dall'antica Iguvium (Gubbio) e costituiscono di gran lunga il testo più esteso in una lingua sabellica, oltre che la fonte principale per la conoscenza dell'umbro. Cinque tavole sono incise su entrambe le facce e due (la III e la IV) su una sola, per un totale di dodici facce. Vi sono registrate la dottrina augurale e le prescrizioni rituali di una confraternita sacerdotale, i fratres Atiedii: procedure di auspicio, riti di lustrazione della cittadella (ocar Fisiu, il monte Fisio) e della comunità iguvina, prescrizioni sacrificali a divinità come Giove Grabovio.
Le Tavole I-Vb7, in alfabeto e lingua umbri, si datano alla prima metà del III secolo a.C.; le tavole Vb8-VII, in alfabeto latino, sono più recenti (fine del II secolo a.C., secondo altri fino al I). Secondo altre datazioni le tavole in alfabeto nazionale si collocano tra il 200 e il 120 a.C. e quelle in alfabeto latino tra il 150 e il 70 a.C., mentre altri collocano l'intero gruppo tra la fine del III e gli inizi del I secolo a.C. Le Tavole III e IV, che descrivono un unico complesso rituale, sono state oggetto del commento monografico di Michael Weiss (2010); singoli termini, come l'erus distribuito nel corso della cerimonia, restano di interpretazione discussa.
Rinvenimento
La data del rinvenimento, fissata al 1444, risale al solo erudito eugubino Gabriele Gabrielli (edizione parziale a stampa del 1580) e non poggia su basi note; il luogo esatto è ignoto, benché la maggior parte degli studiosi lo collochi nell'area del teatro romano di Gubbio. Le sette tavole furono acquistate dal Comune di Gubbio con atto del 25 agosto 1456. La notizia secondo cui le tavole originarie sarebbero state nove, due delle quali andate perdute o trasferite a Venezia, non trova riscontro: il documento di vendita del 1456 ne registra sempre e soltanto sette.
Esempio
Le prime righe della Tavola I (Ia 1-6), nella grafia umbra traslitterata:
- este persklum aves anzeriates enetu, pernaies pusnaes, preveres treplanes iuve krapuvi tre buf fetu, arvia ustentu, vatuva ferine feitu, heris vinu heri puni, ukriper fisiu tutaper ikuvina feitu, sevum kutef pesnimu arepes arves.
Traduzione (con incertezze in più punti): «Dopo aver osservato gli uccelli, quelli davanti e quelli dietro, dà inizio a questa cerimonia. Davanti alla porta Trebulana sacrifica tre buoi a Giove Grabovio; presenta le viscere (?), deponi sul vassoio le parti (?); sacrifica con vino oppure con farro, per la rocca Fisia e per la comunità iguvina; sopra ciascuna offerta prega in silenzio, con il grasso (?) e con le viscere (?)».