Angelica Francisca Ianesi (Tolmezzo, 26 gennaio 1728 – Tolmezzo, 12 aprile 1815) è stata una scrittrice e poetessa italiana del Settecento friulano.
Biografia
Angelica Francisca Ianesi nasce a Tolmezzo il 26 gennaio 1728, figlia di Giuseppe Ianesi e di Cassandra Camozzini. Appartiene a una famiglia eminente: il padre ricopre l'incarico di gastaldo (magistrato) di Tolmezzo dal 29 giugno 1724. Un suo fratello, Francesco Antonio, è chierico di San Paolo e pubblica giovanissimo, nel 1749 a Udine, opere filosofiche dedicate al patriarca Daniele Delfino.
Non risulta che Angelica abbia contratto matrimonio. Muore a Tolmezzo il 12 aprile 1815 all'età di 87 anni, apprezzata per la sua singolare pietà e dottrina.
Contesto storico e culturale
Nel corso del XVIII secolo nel contesto della querelle des femmes si inserisce il dibattito europeo sulle ragioni dell'Illuminismo cioè l'esortazione a coltivare uno proprio spirito critico, trattato da Kant in Che cos'è l'Illuminismo? (1784) ed espresso nel moto oraziano sapere aude. Appello che nel contesto del tempo investiva in modo ambiguo la figura femminile, la cui capacità di autodeterminazione razionale era spesso messa in discussione. Tuttavia storici come Luciano Guerci e Ritchie Robertson esortano a non cercare radici antenate delle idee liberali contemporanee in questo contesto, in quanto il centro della discussione è attorno al ceto piuttosto che all'istruzione universale; in Saggio sopra la necessità e facilità di ammaestrare le fanciulle (1774) di Domenico Soresi si riscontra l'opinione probabilmente comune di «appena voi sapete leggere e cantacchiare un latino che non intendete, lavorar un merletto, far un ricamo, vi credete bastevolmente educate» (p.13). Tuttavia il Settecento registra un incremento della presenza femminile in posizioni accademiche e intettettuali di rilievo come Laura Bassi (1711-1778), Maria Gaetana Agnesi (1716-1799), Diamante Medaglia Faini (1724-1770).
Il territorio del Friuli, pur appartenendo alla Repubblica di Venezia, era profondamente interessato dai dibattiti europei su filosofia, letteratura e educazione. Ianesi occupa una posizione peculiare e complessa nel panorama letterario femminile del XVIII secolo, muovendosi tra la difesa della tradizione conservatrice e una visione pedagogica innovativa. Ianesi si inserisce nel dibattito culturale del tardo Settecento non come una seguace delle nuove correnti d'oltralpe, ma utilizzando la sua opera come uno "scudo" in difesa del pensiero conservatore. Nel poemetto Il Caffè (1769), lei imbastisce una dura critica contro i miti dell'Illuminismo, interpretando la diffusione della bevanda come un piano diabolico di Plutone per indebolire la morale e incoraggiare il vizio nelle genti moderne. Attraverso il Colloquio sopra gli studi delle donne (1774), l'autrice partecipa attivamente alla riflessione sull'emancipazione intellettuale femminile.
- Protofemminismo e pragmatismo: pur partendo da basi morali ferree, difende la necessità di istruire le donne per confutare pregiudizi e stereotipi.
- Educazione gestionale: la sua proposta pedagogica è fortemente radicata nel contesto del Friuli rurale, suggerendo che le donne debbano apprendere non solo le arti umane, ma anche competenze tecniche e gestionali (come medicina, agricoltura ed economia) necessarie per amministrare il patrimonio familiare e le ville.
- Equilibrio contro l'edonismo: lo studio è l'unico mezzo per distogliere le donne dalla "ricercatezza artificiosa" dei salotti e dai "profitti vacui" tipici della società del tempo.
Attività letteraria
Nonostante la scarsità di dati biografici disponibili, Angelica Ianesi emerge come una figura di notevole levatura intellettuale nel panorama letterario friulano del Settecento. La sua produzione letteraria riflette un'educazione raffinata e una profonda conoscenza della tradizione classica e moderna.
Opere principali
Il Caffè
Pervenuto in forma manoscritta, apportante la data 1769, Il Caffè è un poemetto satirico inedito, conservato presso la Biblioteca Civica di Udine. Formato da tre brevi canti, si inserisce sulla scia del successo de il Mattino (1763) e il Mezzogiorno (1765) di Giuseppe Parini. L'autorialità dell'opera è dibattuta tra la Ianesi e Giorgio di Polcenigo, che secondo Joseph Guerin Fucilla avrebbe utilizzato lo pseudonimo della intellettuale.
L'opera presenta un'eziologia fantastica dell'invenzione del caffè, interpretata come parte di un progetto di corruzione dell'umanità orchestrato da Plutone, volto a indebolire lo spirito delle genti moderne e a corrompere la morale. La figura del caffè diviene così allegoria delle immoralità del mondo moderno e delle derive del pensiero illuminista, da cui l'autrice prende distanza mantenendo una prospettiva conservatrice.
Il poemetto si rifà all'autorità di Dante, come dichiarato nel proemio. La scelta di un registro comico con toni scurrili e la prospettiva antiarcadica riflettono i dibattiti settecenteschi sulla riforma della lirica, oscillando tra rinnovamento poetico e conservazione del gusto letterario tradizionale. La struttura chiara e rigorosa è articolata in tre brevi canti scritti in terzine dantesche (terza rima).
La suddivisione tematica:
Canto I: il concillio infernale e l'invenzione
Il primo canto si apre con un proemio in cui l'autrice invoca esplicitamente lo spirito di Dante Alighieri affinché la guidi nella narrazione.
- Incipit: Plutone decide di prendere moglie e rapisce la giovane e smaliziata Proserpina. Per festeggiare le nozze, il re degli Inferi indice un concilio e chiede ai suoi demoni di inventare un dono che possa corrompere il genere umano (vv. 24-32).
- Le proposte dei demoni: diversi diavoli avanzano proposte legate alle correnti filosofiche e ai vizi del tempo: Malatesta propone il deismo (v. 156), Magnagriffa il sensismo e l'ipocrisia religiosa legata al teatro (v. 202), mentre Gonfiaresta suggerisce la danza come strumento di effeminatezza (v. 243).
- L'idea vincente: il diavolo Calunnioso propone il caffè, una bevanda infernale capace di indurre alla dissolutezza (vv. 335-347). Segue una spiegazione eziologica fantastica: la pianta sarebbe nata da chicchi di fave caduti dalla tasca di Enea sulla riva dell'Acheronte durante il suo viaggio nell'oltretomba (vv. 348-359).
Canto II: la preparazione macabra
Il secondo canto descrive, con toni grotteschi e chirurgici, la preparazione della bevanda negli Inferi utilizzando parti del corpo di celebri personaggi storici e biblici come strumenti o ingredienti:
- Nabucodonosor, il suo cranio viene svuotato del cervello per fungere da ciotola in cui tostare le fave (vv. 48-53).
- Il braccio di un ecclesiastico inoperoso (mitrato, v. 110) viene usato come pestello per macinare il caffè, a simboleggiare la critica alla corruzione del clero.
- Il cranio del famoso gastronomo romano Apicio diventa la tazza (nappo, vv. 144-145) da cui bere.
- Fra Pelagio, il suo cervello serve come dolcificante ("condimento di sì fatto inganno" v. 208).
- La lingua "incantatrice" di Anna Bolena viene strappata per essere trasformata nel cucchiaino per mescolare la bevanda (vv. 316-324). Il canto si conclude con Proserpina che assaggia con piacere il caffè, decretandone il successo e ordinando di portarlo nel mondo dei vivi (vv. 382-387).
Canto III: la corruzione della Terra (Napoli)
L'ultimo canto sposta l'azione nel mondo reale, precisamente a Napoli, scelta come simbolo di una città cosmopolita e vivace.
- I diavoli, travestiti da mercanti armeni, introducono la bevanda tra le diverse classi sociali (v. 44). Vengono presentati vari tipi umani: lo speziale avido (v. 70), i mercanti ebrei (v. 123) e i primi caffettieri svizzeri Griggioni (v. 140).
- Satira sociale: Il caffè diventa il pretesto per descrivere il decadimento morale della nobiltà. Si criticano le dame che bevono caffè a letto e i loro cicisbei cavalier serventi (v. 293), vedendo nella bevanda un incentivo all'ozio, al gioco d'azzardo e all'adulterio, che ora trova nei "camerini" delle botteghe nuovi spazi di libertà.
- Conclusione: Il poema si chiude con il ritorno dei diavoli negli Inferi e il trionfo di Plutone (v. 292), soddisfatto per la quantità di anime che la nuova moda del caffè sta conducendo alla dannazione.
Colloquio sopra gli studi delle donne
Il Colloquio sopra gli studi delle donne (1774) è un dialogo filosofico incluso nel dibattito settecentesco sull'educazione femminile. L'opera è un'espressione emblematica dell'Illuminismo cattolico, una corrente che cercava di armonizzare il razionalismo e la riforma dei costumi con l'etica e la dogmatica cristiana. Sebbene il Settecento italiano avesse registrato la presenza di "donne illustri" d'eccezione nelle università e nelle accademie queste figure venivano spesso celebrate come eccezioni prodigiose (virago) e non come modelli replicabili per la donna comune. Per lungo tempo la sua figura è stata avvolta nel mistero. Nel XIX e XX secolo, la paternità del Colloquio fu oggetto di dibattito, venendo talvolta attribuita al fratello Francesco o indicata come uno pseudonimo del letterato Giorgio di Polcenigo. Ricerche recenti hanno tuttavia confermato che Angelica Ianesi fu una persona storicamente esistente e l'autrice materiale delle opere citate.
Il testo sfida i pregiudizi misogini dell'epoca e propone un modello formativo basato sui valori illuministi di utilità e libertà del sapere. L'opera, ambientata presumibilmente nei Campi Elisi («questo luogo per sé beato», Parte I, paragrafo [4]) in tre giornate (o parti), presenta tre figure femminili straordinarie – la filosofa Arete di Cirene (inizio IV secolo a. C.), la poetessa Vittoria Colonna (1490 – 1547) e l'intellettuale mecenate e regina Cristina di Svezia (1626 – 1689) – che si confrontano per ridefinire il concetto di educazione femminile, vista come passaggio necessario per il miglioramento generale della società. È la regina svedese a condurre la discussione mentre le altre due interlocutrici stimolano il dibattito attraverso obiezioni e domande che riprendono gli argomenti spesso addottati dagli oppositori dell’istruzione femminile.
L'opera segue una tripartizione, annunciata fin dal frontespizio, che affronta tre questioni centrali:
- Parte I: Se le donne debbano applicarsi a qualche studio. Questa sezione è focalizzata sulla liceità morale e l'utilità sociale dell'istruzione femminile. Inizialmente, Arete e Cristina discutono se lo studio sia compatibile con la virtù o se favorisca vizi come la vanità. Cristina sostiene che l'ignoranza è la vera madre del vizio e che la coltivazione dell'intelletto è un dovere morale verso Dio. La discussione approda alla conclusione che l'istruzione femminile è necessaria per il raggiungimento della pubblica felicità.
- Parte II: Quali studi convengano alle medesime. Con l'ingresso di Vittoria Colonna, il dialogo si sposta sulla definizione di un vero e proprio programma pedagogico. Cristina delinea un criterio di scelta basato sull'utilità pratica e sulla correzione dei supposti "difetti di genere". Vengono esclusi gli studi troppo astratti o ardui (metafisica, matematica superiore, teologia speculativa, latino) in quanto poco utili ai compiti femminili e potenzialmente dannosi per la "fantasia viva" delle donne. Al contrario, vengono promossi studi come la logica, la filosofia morale, la religione, la lingua natia e scienze applicate come l'agricoltura, il commercio e rudimenti di medicina.
- Parte III: Come debbano essere acconciati i libri necessari alla loro istruzione. L'ultima sezione è dedicata alla metodologia didattica e alla struttura dei libri di testo. Cristina spiega come rendere queste materie accessibili e piacevoli per le fanciulle, insistendo su un approccio pratico e applicativo piuttosto che pedantesco. Si discute in dettaglio la riforma della grammatica e della logica. L'opera si chiude con un'appassionata "chiamata alle armi" di Vittoria Colonna, che esorta le donne colte, i letterati e le istituzioni a collaborare per realizzare concretamente questo progetto educativo: